giovedì 19 settembre 2013

La battaglia del peso tra calorie ed emozioni. Un percorso interiore



Quante volte abbiamo pensato alla cioccolata come a una sorta di  antidepressivo o a una fetta di dolce come lenitivo per le delusioni affettive ?

Il cibo può avere una funzione consolatoria, una specie di “articolo di conforto” assumendo, a volte, un ruolo importante nella gestione del disagio emotivo fino a prendere la forma di veri e propri disturbi alimentari. Quando ci sentiamo insoddisfatti spesso si finisce con il cercare qualcosa da mangiare. E’ vero che l’assunzione di cibo è associata a un senso di piacere e golosità, ma questa importante componente che caratterizza l’alimentazione degli esseri umani fin dalla nascita, non è sufficiente a spiegare gli eccessi del mangiare; tanto più che questo comportamento alimentare non si accompagna appieno ad assaporare ciò che si mangia, bensì presenta una funzione puramente di “riempitivo interiore”. Siamo stati progettati per mangiare per esigenze energetiche; perché allora alcune persone sentono il bisogno di mangiare più del necessario ?

Siamo un’umanità malata di cibo, dal troppo al troppo poco: dalla mancanza per sopravvivere alle malattie da eccesso alimentare, alle troppe diete prive di fondamenti scientifici. E siamo anche circondati da un ambiente che ci fa vivere il paradosso di essere sempre più magri ma insieme di consumare di più. Esiste allora un punto su cui lavorare? Certo che sì. Questa chiave di volta, anche se lunga e difficile, sta in noi stessi. E’ opinione comune ritenere che possa esserci una correlazione fra stati emotivi e alimentazione. Chi ha in testa costantemente il pensiero di dimagrire, finisce per ingrassare sempre di più: il tormento di cosa mangiare al mattino, a pranzo, l’ossessione del conto calorico, porta a far scattare qualcosa che induce a divorare del cibo che possa darci l’emozione di piacere e  stimolo, spesso senza il senso di fame. E più pensiamo al cibo da non assumere più il solo fatto di averci pensato ci induce a desideralo e a mangiarlo. Il pensiero che buca la nostra mente“oggi devo evitare certi cibi”è la miccia che innesca la bomba “abbuffata”. Quindi azzeriamo la mente. Certo non tutti i soggetti reagiscono alla stessa maniera quando iniziano ad affrontare uno stile alimentare diverso. Quello che è sbagliato è parlare di diete, al plurale. Se non si soffre di una patologia, non esistono diete, ma la dieta: ovvero lo stile di vita, ed è su questo che tocca puntare. Non scivoliamo sulla “dieta miracolosa”, sui medicinali che fanno perdere 15 chili in un mese e che invece condannano a un eterno yo-yo e finiscono per deteriorare la salute. Perché il miglior sistema per diventare obesi è seguire molte diete. Invece di mettere il nostro corpo sulla bilancia mettiamoci le nostre emozioni. Non di certo si dimagrisce con le imposizioni, mettendo lacci alla bocca o trasformando il cibo in un oggetto da calcolare, misurare, valutare per le calorie che contiene. Non certo fa bene diventare un robot dell’alimentazione. Cambiamo piuttosto l’atteggiamento mentale, usciamo dai pensieri.

Il peggior modo per dimagrire è seguire una dieta, ancor peggio se rigida e strampalata: nessuno dimagrisce con gli obblighi e con le imposizioni. E lo sanno bene i professionisti della salute: l’anamnesi alimentare resta uno dei punti salienti nell’affrontare un percorso di rieducazione nutrizionale. Bisogna porre l’attenzione non tanto su quanto il paziente mangia ma piuttosto su quali sono i momenti della giornata in cui avverte maggiormente il bisogno di farlo, portandolo a individuare lo stato emotivo in sottofondo. Nel caso in cui l’assunzione di cibo è motivata da stati emotivi gli interventi volti principalmente a limitare o regolare l’alimentazione rischiano di risultare improduttivi. Infatti il soggetto avvertendo immutato il bisogno di mangiare può avere difficoltà a portare avanti “la dieta” e talvolta può sentirsi deluso, avvilito a causa di questa incapacità. La difficoltà a perdere peso viene percepita come un fallimento personale, potenziando i vissuti che minano l’autostima. Risulta quindi ancora più importante che i pazienti vengano orientati verso un approccio ai problemi del sovrappeso che tenga conto dell’ingrediente emotivo per non far assumere al paziente un ruolo passivo.

Per dirla in sintesi e semplicisticamente: per dimagrire bisogna usare la testa e non la bilancia. Se riduciamo la carica di ansia che accompagna il problema si facilita la perdita di chili; aumenta l’autostima, si impara a dire di no, a controllarsi maggiormente, ad accettare l’idea che le ricadute siano inevitabili e non debbano essere percepite come fallimenti che automaticamente generano i sensi di colpa. I nostri istinti primari non possono essere spenti come un interruttore. Le nostre emozioni hanno origine da stimoli esterni, ma siamo noi i veri responsabili delle nostre reazioni emotive, anche se molto spesso siamo abituati a scaricare la responsabilità sugli eventi esterni. Quello che fa soffrire una persona o la fa abbuffare può far restare indifferente un’altra. Reagiamo in un certo modo perché siamo condizionati dai nostri schemi mentali e questi schemi li applichiamo automaticamente e li rafforziamo quotidianamente. Questo significa agire per automatismi e ognuno di questi impedisce di vedere le cose da punti di vista diversi. Ci ingessa, ci cristallizza e ci impedisce di essere flessibili e senza pregiudizi. Quindi è importante riconoscere ed esprimere in modo congruo le nostre emozioni, imparando a gestire i fenomeni neurovegetativi che da esse scaturiscono decidendo se e quale azione deve dar seguito all’attivazione emozionale e quindi al comportamento. Non possiamo resettare il nostro cervello dall’oggi al domani come fosse il disco rigido di un computer, possiamo solo lavorare con un percorso interiore, ogni giorno e con tranquillità, affidandoci a chi non ci promette metodi facili e drastici per dimagrire.

Come diceva il premio Nobel per la medicina Joseph Goldstein: ”Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a cavalcarle”.